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Una natura Selvaggia

immagine ingrandita L'Alpe Prà con uno scorcio del Lago Maggiore (apre in nuova finestra) Vuota, selvaggia, priva o quasi di presenza dell'uomo. Così è solitamente definita la Val Grande, una delle poche aree d'Italia a meritare l'uso del termine inglese "wilderness", così caro agli appassionati di natura americani e britannici.
Per chi, abituato ai luoghi più frequentati delle Alpi, si inoltra per la prima volta sui sentieri che conducono a In la Piana o Pogallo, o sale verso i solitari crinali della Laurasca e del Togano, la prima sensazione è proprio quella del vuoto. Poche e labili sono le tracce di sentiero, rarissimi gli escursionisti in cammino, scarsa e non sempre affidabile la segnaletica. Alla sorpresa iniziale segue una sensazione di smarrimento, poi gran parte dei visitatori si appassiona. Ridotto in molte zone a semplice attività turistico-sportiva facilitata da guide aggiornate, ben visibili segnavia e accoglienti rifugi, l'escursionismo in Val Grande ritrova una dimensione più vera, ridiventa gioco di esplorazione e scoperta. Passo dopo passo, però, l'immagine del "grande vuoto" si rivela solo in parte corretta. Sotto la vegetazione che ha inghiottito i sentieri, accanto al silenzio che circonda gli alpeggi diroccati e all'atmosfera fuori dal tempo dei borghi sul confine del Parco, l'occhio del visitatore inizia a distinguere i mille segni di un'antica civiltà. Mulattiere perfettamente costruite, baite abbarbicate alla pietra, graffiti preistorici, appostamenti militari, vie scavate nella roccia per consentire il passaggio al bestiame raccontano di una presenza diffusa dell'uomo. Nonostante l'isolamento, le difficili condizioni ambientali, i pochi mezzi di sussistenza, l'uomo ha vissuto in Val Grande per tre millenni. Riscoprirne le tracce è altrettanto appassionante della salita alla più panoramica delle cime.
immagine ingrandita Il Pizzo Marona fotografato dallo Zeda (apre in nuova finestra) I primi segni lasciati dall'uomo nella valle sono probabilmente gli alberi, le coppelle e le scalette tracciate sulle rocce dell'Alpe Sassoledo, dell'Alpe Prà e di varie altre zone del Parco da ignoti artisti in epoche sconosciute. Disegnati in un arco di tempo molto lungo, i graffiti vedono nel Medioevo l'aggiunta di croci, balestre e serpenti. Più tardi, a partire dal Seicento, vengono tracciate sulla roccia date, iniziali e firme.
I primi uomini si insediano nelle valli alpine circa diecimila anni fa, non appena le distese di ghiaccio si ritirano lasciando il posto alle foreste e ai pascoli. Prima cacciatori e poi anche allevatori, questi montanari affidano alle rocce levigate dai ghiacci immagini dettate dalla loro cultura e dalla loro fede. In Val Grande come in altre zone dell'arco alpino, la "grande storia" arriva insieme alle legioni di Roma. Qui, però, ciò avviene in maniera indolore, senza scontri paragonabili a quelli che Roma è costretta ad affrontare, nella Valle d'Aosta dei bellicosi Salassi.
Ignorato dagli storici dell'Urbe, forse valicato nel 117 a.C. dal console Servilio Cepio ma mai dotato di una buona strada, il valico del Sempione resta una via di secondaria importanza. Sul fondovalle del Toce, in vista della mulattiera che sale ai 2005 metri del Passo, la necropoli gallo-romana di Ornavasso racconta come le comunità meglio collegate con l'esterno si adeguino alla nuova civiltà. Più in alto però, nei villaggi più remoti, la tradizione celtica sopravvive trasmettendo importanti tracce alla cultura e all'arte medievali.
immagine ingrandita Il Lago Maggiore visto dalle baite superiori dell'Alpe Ompio (apre in nuova finestra) La scarsa importanza del Sempione (che pure è frequentato da mercanti lombardi, piemontesi e vallesani) tiene l'Ossola al riparo dalle invasioni barbariche. Nei primi secoli del Medioevo, la valle vede un'importante fioritura di arte romanica, della quale testimoniano le chiese di San Bartolomeo a Villadossola, di Sant'Abbondio a Masera e di Santa Maria a Trontano. Legata a questi monumenti come all'arte povera delle baite e delle mulattiere selciate è la tradizione dei picasàss, gli scalpellini ossolani celebri in tutto il Nord Italia.
Alla loro tradizione si lega anche lo sfruttamento delle cave di Candoglia, all'estremità meridionale della valle, oggi alle porte del Parco che forniscono dal 1387 il marmo del rivestimento del Duomo di Milano. Il viaggio di blocchi e lastroni verso la lontana metropoli avviene tramite chiatte che percorrono il Toce, il Lago Maggiore, il Ticino e il Naviglio Grande.
Sfiorati dall'eresia di Fra' Dolcino e dalla sua feroce repressione (l'eretico, forse nativo di Trontano, viene arso sul rogo nel 1307 in Valsesia), l'alto Verbano e l'Ossola vengono contesi tra i vescovi di Milano e Novara, vedono nel Duecento la nascita di liberi Comuni, entrano nel 1387 nei possedimenti dei Visconti e sono più volte devastati da scorrerie provenienti dal Vallese.
Nel 1275, intanto, papa Gregorio X ha attraversato il Sempione, lasciando una delle prime testimonianze "ufficiali" delle difficoltà del valico sul quale nel 1235 i Cavalieri di Malta hanno costruito un primo ospizio. Nel tardo Cinquecento, l'intero comprensorio diventa feudo dei Borromeo. Nel 1749, con il trattato di Worms, l'Ossola e la Val Grande entrano nei domini di Casa Savoia.
immagine ingrandita La Testa di Menta vista da Ragozzale (apre in nuova finestra) Più che per l'appartenenza all'uno o all'altro Stato, però, la vita dei montanari della Val Grande si modifica con i cambiamenti climatici. Con il clima più dolce che caratterizzò i primi secoli del Medioevo, la fame di pascoli spinge a utilizzare ogni metro quadrato della valle, conducendo il bestiame su itinerari che stupiscono oggi per la loro lunghezza e la loro difficoltà.
All'interno della valle gli insediamenti stabili restano pochi a causa della quota e del clima. Anche se utilizzati solo in estate, alcuni alpeggi vengono ferocemente contesi tra le varie comunità. Lo dimostrano la rissa tra alpigiani di Intragna e Miazzina che ha dato il nome al Pian di Boit ("dei Bott"), e la strage di montanari di Malesco che si dice compiuta nel 1350 dagli abitanti di Cossogno.
Accanto al lavoro negli alpeggi, i montanari della Val Grande hanno cento altri mestieri. Tra l'Ossola, la Val Vigezzo e la Val Cannobina, il contrabbando ha una tradizione consolidata. Tra l'Otto e il Novecento, quando l'industria farmaceutica le acquista a buon prezzo, i valligiani si danno alla cattura dei serp, le vipere che abbondano nella valle. Poi ci sono la faticosa produzione del carbone nelle carbonaie e la raccolta delle castagne la cui farina sostituisce il pane.
La ricchezza più grande, però, è il legname. Nel Medioevo, faggi e abeti tagliati nella valle vengono utilizzati nella costruzione del Duomo di Milano e della Certosa di Pavia. Lo sviluppo urbano del Cinque e del Seicento spinge i montanari a tagliare alberi nei luoghi più impervi della valle. Per facilitare la discesa a valle dei tronchi, vengono aperte le sovènde, dei ripidi piani inclinati che scendono ai corsi d'acqua. Da qui, i tronchi proseguono il loro viaggio sulle acque del Rio di San Bernardino o del Rio di Pogallo.
immagine ingrandita Il Pizzo Marona con a destra la Cima Cugnacorta visti dalla vetta dello Zeda (apre in nuova finestra) Data la scarsa portata dei torrenti, viene utilizzata la pericolosa tecnica delle serre, sbarramenti che vengono aperti di colpo per causare delle piene artificiali.
In continuo crescendo dalla fine del Medioevo all'Ottocento, lo sfruttamento dei boschi della Val Grande - e di molte altre foreste italiane - si accelera ancora con la rivoluzione industriale. La necessità di costruire navi sempre più grandi e di produrre pali telegrafici e traversine ferroviarie fa crescere la richiesta di legname. Le teleferiche e le ferrovie décauville rendono meno aleatorio il trasporto dei tronchi.
Alle porte della Val Grande, le nuove tecnologie arrivano nel 1892 con la costruzione, per iniziativa di Carlo Sutermeister, della prima centrale idroelettrica d'Italia a Cossogno. All'interno della valle, nei primi anni del Novecento, vengono realizzati impianti che stupiscono ancora oggi per dimensioni e arditezza.
Dopo la Grande Guerra, tra l'Arca e Orfalecchio, entra in funzione la piccola ferrovia che i valligiani chiamano "el binari". Lunga 4 chilometri e con uno scartamento di 60 centimetri, la linea scavalca il torrente con un ponte lungo 62 metri e alto 22, e consente il trasporto di "borre" di legno fino a quattro metri di lunghezza. Ancora più impressionanti sono i tracciati delle teleferiche che trasportano il legname all'esterno della valle.
immagine ingrandita Primo piano dell'Alpe Pieso (apre in nuova finestra) La prima, inaugurata nel 1918, collega Orfalecchio in Val Grande con la ferrovia del Sempione scavalcando i Corni di Nibbio. Divisa in quattro tratte e dotata di un traliccio alto 95 metri, resta in uso fino al 1930. Altre teleferiche collegano Pogallo a Fondotoce attraverso Tregugno e il Ponte di Casletto, e In la Piana a Premosello attraverso la Colma.
Un'opposizione allo sfruttamento a tappeto dei boschi viene avviata da pochi uomini di cultura, con in prima fila i soci della Sezione Verbano del CAI. Sono ragioni economiche però - la riduzione della domanda, l'aumento dei costi, l'esaurimento dei boschi d'alto fusto - a determinare la fine dello sfrutta mento intensivo. 1 tagli in Val Grande terminano negli anni Cinquanta, in Val Pogallo si lavora fino al 1961. Poi le teleferiche e i villaggi di boscaioli, le carrarecce e le segherie vengono inghiottiti dalla selva.
Il carattere selvaggio della Val Grande fa sì che essa abbia un ruolo importante, tra il 1943 e il 1945, negli scontri tra le formazioni partigiane e la Wehrmacht.
A portata di mano dall'Ossola, che nell'estate del 1944 si costituisce in una repubblica indipendente, la valle offre un sicuro rifugio ai partigiani. Per questo, nel giugno del 1944, è teatro di un feroce rastrellamento condotto dalle truppe tedesche. Le formazioni partigiane si ritirano combattendo, poi cercano di fuggire verso la Val Vigezzo e la Svizzera. Scontri di pattuglie, episodi di resistenza isolata, disperate fughe notturne precedono le esecuzioni di massa di Pogallo, Fondotoce e Bèura.


La Rivincita della Natura

II vero abbandono della Val Grande, invece, avviene nel dopoguerra. Uno dopo l'altro, gli alpeggi vengono abbandonati dagli allevatori. L'ultimo di loro a cedere è Paulìn Primatesta, che lascia alla fine dell'estate 1967 l'alpeggio della Colma di Premosello per non ritornarvi mai più. Più in basso, nelle valli martoriate dal diboscamento, la boscaglia ha ripreso il sopravvento da qualche anno.
Ora la stessa sorte tocca agli alpeggi, alcuni dei quali non sono nemmeno stati restaurati dopo le distruzioni del 1944. Sempre aspra e diffìcile, la valle diventa solitària e selvaggia come mai nella sua storia. Al contrario del Grand Canyon e delle aree protette africane, questa non è una wilderness da alba del mondo, ma una condizione "di ritorno", che fa seguito all'abbandono del territorio.
In altre zone, l'abbandono della montagna segna l'arrivo della speculazione. Al contrario di molte valli alpine, però, la Val Grande non può trasformarsi in un paradiso per lo sci.
Qui non hanno senso strade turistiche, funivie, rifugi-albergo. Prima che scelta politica, la tutela dell'ambiente è una condizione imposta dal terreno.
L'impegno dello Stato nella valle inizia negli anni Cinquanta, quando l'Azienda di Stato per le Foreste Demaniali inizia ad acquisire dei terreni. Nel 1967 nasce la Riserva Naturale Integrale della Val Grande (o del Pedum), che comprende la zona più inaccessibile della valle.
Le fa seguito tre anni dopo la Riserva Naturale del Mottàc, dove l'accesso dell'uomo è regolamentato ma ammesso.
Nel 1983, la costruzione a In la Piana di una casermetta per i forestali (oggi adibita a rifugio per i visitatori) segna il ritorno dell'uomo in Val Grande dopo decenni di abbandono. Le voci a favore di un Parco in Val Grande iniziarono a levarsi negli anni Settanta da parte di Italia Nostra, del WWF e del CAI anche in seguito a un famoso libro di Teresio Valsesia. In seguito fu fondato un comitato promotore presieduto da Franca Olmi, allora Assessore al Turismo del Comune di Verbania e in seguito primo Presidente del Parco.
Il Parco Nazionale della Val Grande compare nell'elenco della legge-quadro (la n. 394 del 1991), e viene istituito da un decreto ministeriale del marzo 1992. La riqualificazione floristica e faunistica della valle, e insieme lo sviluppo di un turismo compatibile e rispettoso hanno a disposizione uno strumento importante. Il lavoro da fare non manca.


Tratto da:
L'Italia dei Parchi Naturali - Il Parco Nazionale della Val Grande
RCS Libri S.p.a. (in collaborazione con Airone)
Copyright 1999

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