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Parco Naturale Alpe Devero - Cartina


Istituzione

immagine ingrandita Parco - Val Buscagnia (Foto di Stefania Locatelli) (apre in nuova finestra) Istituito con legge approvata dal Consiglio Regionale del Piemonte il 4 marzo del 1995, il Parco Naturale dell'Alpe Veglia e dell'Alpe Devero, con la zona di salvaguardia che lo precede (Preparco) è costituito da due ampie conche di origine glaciale, al lembo occidentale delle Alpi Lepontine: l'Alpe Veglie e l'alpe Devero.
Diviso amministrativamente tra i comuni di Varzo, Trasquera, Baceno e Crodo, il territorio protetto si estende così, senza soluzione di continuità, dal Monte Leone fino alla Punta d'Arbola, per più di ottomila ettari, confinanti ad Est con l'Alta Valle Formazz, a Sud Est con la Valle Antigorio, a Sud con la Val Divedro, a sud Ovest con la Valle del Sempione, a Nord con le valle laterali della valle del Rodano, dove si trova la gemella Riserva Binn.
Risultato di un lungo cammino iniziato nei primi anni del secolo, il primo nucleo del parco è nato alla fine degli anni Settanta per tutelare l'Alpe Veglia, ma è solo l'inizio degli anni Novanta che finalmente anche l'area del Devero è diventata Parco Naturale. Incuneato tra il Vallese e l'ossola, da sempre il territorio del parco ha costituito una comada via di passaggio di merci tra Nord e Sud; non a caso, le prime tracce della presenza umana risalgono alla prestoria.
immagine ingrandita Alpe Forno in Alpe Devero (Foto di Paolo Vairoli) (apre in nuova finestra) Sin dal Medioevo, i pascoli dei due alpeggi sono stati intensamente sfruttati dagli abitanti del fondo valle, che, nel corso dei secoli, hanno modificato profondamente il paesaggio naturale, piegandolo ai propri bisogni: incanalando le acque, bonificando i terreni paludosi, limitando il sottobosco di mirtilli e rododendri per aumentare la superficie coltivabile, costruendo nuclei abitativi.
L'interesse turistico per questi luoghi nasce verso la fine del secolo scorso, incentivato dalla moda dei viaggi, delle esplorazioni alpine e, non ultimo, dalla scoperta di una fonte di acqua minerale ferruginosa all'Alpe Veglia. Vengono costruiti i primi alberghi e il flusso dei turisti continua ad aumentare fino ai nostri giorni.
Ma, nonostante le modifiche apportate dall'uomo dall'uomo e dalle variazioni climatiche , il fascino e la bellezza di queste vallate si sono conservati integri e la loro preservazione è compito primo del Parco, accanto alla valorizzazione del lavoro delgli alpigiani.


Ambiente Fisico

immagine ingrandita Parco - Lago Devero (Foto di Paolo Vairoli) (apre in nuova finestra) Geologicamente, la zona di Veglia-Devero è compresa nel dominio pennidico delle Alpi Occidentali. Essa fa parte di una struttura complessa, data dalla sovrapposizione di unità strutturali, ben distinte dal punto di vista geogico e petrografico, dette "ricoprimenti", derivanti dal processo di formazione della catena alpina e successivamente modificate dall'azione dei ghiacciai e dei fiumi fino ad assumere l'attuale aspetto. Queste falde di ricoprimento sono formate da rocce metamorfiche, cioè trasformatesi in seguito all'azione della pressione e del calore (ortogneiss e paragneiss), separate da sottili strati di rocce sedimentarie più giovani, formati da calcescisti e calcari.
Le rocce bruno-rossiccie del ricoprimento IV, o del Berisal, il più superficiale in questa zona, affiorano nella parte nordoccidentale di Veglia e solo marginalmente nell'area del Devero. Esse contribuiscono, con le chiare rocce gneissiche del ricoprimento III, o del Monte Leone, alla costituzione della maggior parte delle creste spettacolari che delimitano il parco e sono facilmente osservabili sulla parete Est del Monte Leone e sulle pareti rocciose del Carvandone, dove, a causa delle diverse colorazioni, la piega delle rocce è particolarmente evidente.
Per la loro struttura (cristalline, dure, compatte, caratterizzate da una più o meno evidente scistosità che ne permette la suddivisione in blocchi squadrati) sono però le rocce del ricoprimento III ad essere ampiamente utilizzate nella costruzione delle tipiche baite e nella fabbricazione di piode per i tetti.
I sottostanti marmi e calcescisti, rocce più tenere, meno compatte, a volte friabili, che offrono paesaggi e forme dolci e arrotondate, sono facilmente osservabili tra il Rio Cianciavero e il Rio Frua, in Veglia, mentre, in Devero, essi costituiscono la Val Buscagna, il M.te Cazzola, la piana del Devero stessa, Sangiatto, i Forni.
Essi separano le rocce del "ricoprimento II", o del Lebendum, osservabili percorrendo la strada che dalla piana di Nembro raggiunge l'Alpe Veglia lungo la stretta gola del Groppallo, oppure in prossimità del lago di Pojala.
Dal punto di vista mineralogico, il distretto del parco è una delle zone più interessanti dell'arco alpino. In particolare il Monte Cervandone è divenuto famoso soprattutto per le varietà di minerali, talora unici al mondo, rinvenuti nelle rocce gneissiche: asbecasite, cafarsite, cervandonite, chernovite, gasparite, tilasite sono solo alcuni esempi di specie mineralogiche riconosciute, che sono ben 127 in tutta la zona.
immagine ingrandita Parco - Il Parco Veglia Devero (apre in nuova finestra) Interessante è la presenza di serpentinite (una roccia dal tipico colore verde, molto ricca di minerali ferrosi, in particolare di magnetite, per cui la parte superficiale, ossidandosi, assume la particolare colorazione rossastra), che fa risaltare cromaticamente le Cime della Rossa, del Crampiolo e della Marani rispetto alle rocce circostanti.
Il minerale principale di questa roccia è il serpentino, che in questa zona presenta caratteri unici: estrema compattezza, colorazione intensa e struttura lamellare, tanto da rappresentare una varietà particolare detta "antigorite" (da Valle Antigorio). Lasciando la cima delle montagne, torniamo alle conche di Veglia e Devero, un tempo grandi circhi di origine glaciale.
L'azione modellatrice del ghiacciaio ha lasciato visibili segni della sua storia. Non è difficile, infatti, incontrare le rocce montonate e striate (ad esempio a Sud del Lago d'Avino oppure al Passo della Rossa) che, ai bordi della valle, sono state modellate dall'azione abrasiva del ghiaccio.
Così come frequentemente i blocchi di roccia isolati altro non sono che massi erratici, cioè rocce portate dalla corrente ghiacciata, che al suo scioglimento, ha depositato in luoghi insoliti.
Altra conseguenza del glacialismo, sono le morene, accumuli di detriti lasciati dai ghiacci in ritiro, particolarmente evidenti ai piedi del Ghiacciaio d'Aurona.
Proprio il contrasto tra ambienti e scenari tanto diversi rende ancora più affascinante percorrere i tanti sentieri del parco.
Agli occhi del visitatore attento e scrupoloso si schiuderà un mondo fantastico, fatto di tante piccole cose, che chi ha fretta non riuscirà mai a cogliere ed apprezzare.


La Flora

immagine ingrandita Flora - Gli Abeti (apre in nuova finestra) La grande varietà di ambienti, diversi sia dal punto di vista ecologico che climatico ed edafico, consente di trovare all'interno del Parco e nelle zone limitrofe una grande varietà di vegetazione, dai pascoli pingui delle quote più basse fino alle associazioni pioniere rupicole delle valletto nivali.
Condizioni climatiche particolari, insieme con diversi tipi di terreno, inoltre, rendono possibile la fioritura contemporanea di specie che fiorirebbero in periodi distinti dell'anno, facendo di alcune zone del parco un giardino botanico alpino, nel quale si possono trovare fino a cinquecento specie diverse, alcune delle quali si sono rivelate particolarmente insolite in questa zona.
Le due conche prative dei piani di Veglia e di Devero presentano simili caratteristiche: molto umide e paludose, sono state progressivamente bonificate per aumentare la produzione di foraggio.
Tuttavia le zone umide permangono in tutta la zona, distribuite su diverse altitudini. Vi potremo trovare Carici (Carex fusca, Carex rostrata...) la Drosera rotundifolia, piccola pianta carnivora, la Primula farinosa, la Menyanthes trifoliata, la Viola palustris, la Caltha palustris, gli equiseti (E. palustris, E. variegatum}, gli eriofori (Eriophorum angustifolium, E. Scheuchzeri)...
Nelle zone pianeggianti, i pascoli sono dominati dalle graminacee (Poa alpina, Phleum alpinum, Nardus strictaa...), dalle ciperacee (Carex sempervirens, Carex curvula...), da piantaggini e composite, tra le quali non sarà difficile riconoscere i precoci crochi , la bella Gentiana acaulis, la Biscutella laevigata, il rinanto, alcune orchidacee (Orchis sambucina, O. maculata, Nigritella nigra).
Una grande superficie del territorio, tra 1500 e 2000 m, è occupata da boschi, costituiti essenzialmente, nelle zone ad alta quota, da larici, mentre scendendo d'altitudine, la presenza dell'abete rosso, dell'abete bianco e di latifoglie quali il sorbo degli uccellatori (S. aucuparia), il sorbo alpino (S.Chamaemespilus), il sorbo montano (S. aria), salici, ontani, rarissime betulle, si fa sempre più cospicua.
Sui versanti delle montagne a componente calcarea, più dolci e senza grossi ostacoli, il bosco è più esteso , mentre sui versanti delle ripide montagne a carattere siliceo esso è più rado, interrotto frequentemente dai salti di roccia, dai canaloni delle valanghe o dalle frane. immagine ingrandita Flora - Genzianella (apre in nuova finestra) Il tipico sottobosco del lariceto è costituito da un tappeto di rododendri e mirtilli. La coltre di rododendri (Rododendrum ferrugineum) è particolarmente fitta sui versanti meno esposti al sole, dove la neve perdura maggiormente, proteggendo le gemme dal gelo, mentre su quelli più esposti troveremo piuttosto i ginepri nani, più resistenti a condizioni estreme.
Con un po' di fortuna, passeggiando tra i larici, su pendii un poco ombreggiati, potremo incontrare uno dei fiori endemici alpini più belli: l'ormai rara Aquilegia alpina.
Salendo oltre il limite del bosco, la vegetazione si fa sempre più bassa e rada: la brughiera a rododendro prosegue verso l'alto riconquistando i territori dei pascoli in disuso. Alcune specie degli antichi pascoli riescono a sopravvivere, ad esempio la gialla margherita dell'arnica.
A quote più elevate le aree aperte e soleggiate sono dominate da praterie di graminacee e ciperacee, dove, in alcune zone, le piante, senza neanche più la protezione della neve, continuamente spazzata dal vento, devono sopportare escursioni termiche annuali di quasi 80 °C!
In zone particolarmente esposte alle intemperie, al vento in particolare, la vegetazione delle lande è caratterizzata da bassissime pianticelle legnose, quali l'azalea alpina, la Dryas octopetala, l'uva orsina, i salici nani.
Giungendo poi alle morene, ai detriti e alle rocce, ecco che, i colori dei fiori diventano sempre più intensi per attirare l'attenzione degli insetti impollinatori. Potremo così ammirare cuscinetti di silene, il crisantemo alpino, il miosotys azzurro, il ranuncolo glaciale e l'astro alpino, il genepì maschio e femmina (in realtà due specie differenti: Artemisia genipi e A. mutellina) e molti altri.
Certo, questa carrellata di ambienti è troppo breve per descrivere gli innumerevoli aspetti della vegetazione del parco.
Forse, però, qualche visitatore sarà invogliato a guardarsi attorno con occhi più attenti: è un passo importante verso la comprensione della complessità della natura. Non dimentichiamoci che si può facilmente calpestare ciò che guardiamo con troppa superficialità o che non notiamo.


La Fauna

immagine ingrandita Fauna - Gli Stambecchi (apre in nuova finestra) In estate, in alto, sugli ampi terrazzi erbosi dei pendii ben soleggiati, più in basso nella stagione fredda, numerosi camosci sono da tempo una presenza costante, così come costante è ormai la presenza stagionale di numerosi caprioli, che preferiscono tenersi nel folto dei boschi.
Comparsa invece molto recente è quella dei cervi, che nel parco sono riusciti a trovare un territorio ideale per la riproduzione. La presenza dello stambecco, reintrodotto negli anni Settanta, è ormai stabile. Allegra compagna d'ogni gita è la marmotta, curiosa sentinella pronta a fischiare ad ogni minimo pericolo.
E' molto spesso questo attento roditore ad avvertirci, con un caratteristico fischi d'allarme, della presenza della sua gran nemica naturale l'aquila reale.
Altri mammiferi più riservati sono la lepre bianca, le numerose volpi, il frenetico ermellino, il tasso, lo scoiattolo (quest'ultimi due sono generalmente più frequenti a quote più basse). Tra i più piccoli e numerosi abitanti, seppure difficili da vedere, vi sono toporagni e arvicole.
immagine ingrandita Fauna - Camosci (apre in nuova finestra) Oltre all'aquila, altri rapaci sono la poiana, l'astore, lo sparviero, il gheppio e tra i notturni il gufo, la civetta capogrosso e la civetta nana.
Sempre tra gli uccelli ricordiamo la pernice bianca e il gallo forcelle, che, proprio all'interno del parco, raggiungono la massima densità di tutto l'arco alpino, la coturnice, i picchi (rosso, maggiore, nero), il merlo acquaiolo, il merlo dal collare, il codirosso, la passera scopaiola, lo stiaccino, il sordone, il culbianco, il crociere, il fringuello alpino, il verzellino, le cince (mora, alpestre, dal ciuffo), l'organetto, gli zigoli, la ghiandaia, il gracchio, il corvo imperiale...
Tra i rettili, cosa poco risaputa, svolgono un'importante funzione ecologica le vipere, numerose eppure ben difficili da incontrare, dato il carattere schivo e timoroso.
Ambienti da considerare con attenzione sono le zone umide e i laghetti: è qui che si possono osservare la rana temporaria e il tritone alpestre, oppure i veloci ditiscidi e le loro larve, o ancora piccolissimi crostacei sospesi, mentre grosse libellule volteggiano sul pelo dell'acqua.

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